L’Unione Europea dei Predatori: Il rituale del sacrificio a Bruxelles
Chi non ha chiuso la manopola del gas è il mandante del massacro.
Un orrore così abbietto che persino l’inferno ne avrebbe ribrezzo.
Cosa dobbiamo pensare quando il fumo delle esplosioni oscura il confine tra un incidente e un massacro programmato? Se un uomo, già noto come predatore di bambini, viene lasciato libero di agire protetto da scudi diplomatici e reti di intelligence come il Mossad, ogni vita che distrugge non è una fatalità, ma un tributo versato a un sistema eversivo. È il paradosso della bombola del gas: se un uomo viene arrestato per pedofilia e poi, per “ragion di Stato”, viene lasciato libero o non imputato a sufficienza, lo Stato Nazione sta emettendo una licenza di morte. Se poi a quell’uomo scoppia una bombola in casa e muoiono altri bambini, non è una disgrazia. È la chiusura brutale di un cerchio di sangue necessaria a seppellire i testimoni e proteggere i mandanti. Chi non ha chiuso la manopola del gas, pur sentendone l’odore acre per anni, non è stato distratto: era coinvolto. È il complice che garantisce l’impunità in cambio della propria quota di potere.
Dobbiamo smettere di guardare Jeffrey Epstein come il fulcro di un’anomalia isolata. Epstein non era la rete; ne era semplicemente il terminale operativo, l’interfaccia incaricata di sporcarsi le mani per conto di un’architettura di potere molto più vasta e antica che ha i suoi uffici proprio a Bruxelles. Questo terminale serviva a connettere il mondo sotterraneo dello spionaggio — dove il ricatto è la moneta corrente — con i vertici dell’Unione Europea. Non è un caso che nei file emergano nomi che hanno pesato come macigni sulle decisioni comunitarie. Parliamo di figure come Peter Mandelson, ex Commissario Europeo al Commercio, la cui vicinanza a Epstein ha aperto le porte dei trattati internazionali a interessi privati innominabili. Parliamo di Thorbjørn Jagland, già Segretario Generale del Consiglio d’Europa, l’uomo che doveva essere il garante dei diritti umani e che invece sedeva a tavola con il terminale del traffico di carne umana.
L’incidenza di queste relazioni sulla politica dell’Unione Europea è stata devastante. Quando nomi come Maroš Šefčovič, attuale Vicepresidente della Commissione Europea, o Miroslav Lajčák, inviato speciale UE, compaiono nei registri di questa rete, non siamo davanti a un gossip, ma a una compromissione istituzionale totale. La tecnica del ricatto ha trasformato i leader di Bruxelles in burattini. Chi è ricattabile non è libero di legiferare; risponde a chi possiede i segreti delle sue depravazioni. È così che l’Unione Europea ha rallentato per decenni le direttive contro i paradisi fiscali e la trasparenza finanziaria, permettendo alla rete di operare indisturbata nelle zone d’ombra. Bruxelles non è più la capitale della democrazia, ma un salotto per una società civile corrotta che usa il potere per coprire i propri rituali di controllo.
L’assurdità che dobbiamo denunciare è la doppia morale del potere. Lo Stato Nazione dichiara guerra totale alla Mafia perché essa ne mette in discussione il monopolio economico sul territorio. Ma quando si tratta della rete di Epstein e dei suoi protettori istituzionali, lo Stato si ferma. Perché questa rete non è un concorrente, ma l’ossatura stessa dell’élite europea. È il club privato dove si decidono le sorti del mondo tra un volo sul “Lolita Express” e un vertice della Commissione. È l’ipocrisia di un sistema che arresta lo spacciatore ma cena con i finanziatori del traffico di minori. Figure come il Principe Andrea o la Principessa Mette-Marit di Norvegia non sono che la punta di un iceberg fatto di fondazioni che lavano il sangue dei bambini in filantropia per comprare il silenzio della politica italiana ed europea.
In questo abisso di depravazione, molti intravedono le ombre del satanismo. Ma la verità è ancora più agghiacciante: ciò che accade in questi circoli eccede persino la mitologia del male. È un’abiezione così fredda, così calcolata e sistematica, che persino Satana ne resterebbe inorridito. Non è un culto religioso dell’oscurità, è la negazione totale dell’umanità da parte di chi si sente Dio. Questa stessa logica di onnipotenza si proietta oggi sulle macerie di Gaza. Quando migliaia di bambini vengono trucidati sotto gli occhi di una Commissione Europea complice e silente, ci troviamo di fronte all’ennesima bombola del gas lasciata aperta volutamente. Il massacro di Gaza è il messaggio finale degli apparati che gestivano Epstein: “Noi possiamo fare qualsiasi cosa”.
Dire che “loro possono fare qualsiasi cosa” significa ammettere che la rete è intatta e che ha già sostituito i suoi terminali. Morto un Epstein, l’architettura resta. Restano i funzionari UE che devono la carriera al silenzio, restano le agenzie che usano il terrore per ridisegnare le mappe energetiche e politiche. Chi giustifica oggi lo sterminio di un popolo è lo stesso che ieri chiudeva gli occhi davanti ai crimini di un predatore perché funzionale ai servizi. Il tempo del silenzio è scaduto. Ogni bambino sacrificato, dall’isola di St. James alle strade di Gaza, grida vendetta contro un’Unione Europea che ha smesso di essere garante della civiltà per farsi custode del proprio privilegio criminale. Se non abbiamo il coraggio di chiudere quella valvola del gas e cacciare i traditori dalle istituzioni, saremo tutti travolti dall’esplosione finale di questo sistema marcio. E se non facciamo qualcosa, probabilmente rischiamo anche di essere suicidati.
