Dal chavismo al chattismo: due parabole personalistiche di cui dobbiamo fare a meno

Nel percorso di costruzione di una forza politica che ha l’ambizione di essere reale, solida e strutturata, il pericolo più grande non arriva mai dall’esterno, ma dalla progressiva sostituzione del progetto collettivo con l’ego del singolo. È una deriva identitaria che si manifesta in modi differenti a seconda del contesto storico e tecnologico, ma che produce la medesima paralisi e gli stessi identici danni strutturali. Oggi ci troviamo a dover fare i conti con due degenerazioni speculari della militanza: il chavismo e il chattismo. Due parabole personalistiche da cui dobbiamo prendere nettamente le distanze.

Da un lato abbiamo storicamente conosciuto il chavismo, inteso come quella parabola di personalismo esasperato in cui l’intera organizzazione si verticalizza attorno a un culto della personalità. In questo modello, le strutture intermedie vengono svuotate, il dibattito interno si azzera in nome di una fedeltà fideistica e la leadership si trasforma in un dogma inattaccabile. Pur partendo da legittime istanze popolari, il chavismo finisce inevitabilmente per indebolire le istituzioni e i movimenti dal di dentro, rendendoli fragili, incapaci di rigenerarsi e totalmente succubi delle umoralità del capo di turno.

Dall’altro lato, nel contesto della modernità liquida e digitale, assistiamo alla nascita di una patologia contemporanea ancora più insidiosa e strisciante: il chattismo. È la politica ridotta a dinamica da gruppo WhatsApp o Telegram, dove lo spazio sacro del lavoro operativo e del coordinamento logistico viene confuso con un palcoscenico per il proprio narcisismo.

Nel chattismo non esistono la sintesi, la maturità del confronto o il rispetto dei ruoli e delle gerarchie funzionali. Esistono soltanto lo sfogo emotivo istantaneo, la suscettibilità esasperata e la pretesa che l’intero movimento ruoti attorno alla propria sensibilità individuale. Il chattista non cerca la costruzione o il superamento delle divergenze; cerca la validazione costante del proprio orgoglio. E quando questa validazione manca, o quando una riflessione altrui urta la sua fragilità, il chattista non discute: colpisce per iscritto, lancia l’insulto o l’atto d’accusa pubblico e poi attua la fuga strategica, abbandonando il gruppo per evitare la replica o rifiutando il confronto telefonico diretto. È il trionfo dell’individualismo infantile sulla disciplina collettiva.

SìAMO non è nato per dare spazio a nessuna di queste due parabole.

Non abbiamo bisogno di leader messianici o di modelli dogmatici che annullino il pensiero critico, ma allo stesso tempo non possiamo in alcun modo tollerare l’anarchia comportamentale e la totale assenza di disciplina interna di chi usa le piattaforme operative come un tribunale personale per i propri risentimenti.

Un movimento che si propone di scardinare dinamiche di sistema non può permettersi di essere ostaggio delle fragilità egoiche dei suoi componenti. Chi confonde la militanza con la gestione della propria permalosità non ha compreso la gravità, la durezza e l’urgenza della sfida storica che abbiamo davanti. La serietà di una forza politica si misura esattamente da questo: dalla capacità degli uomini e delle donne che la compongono di saper subordinare il proprio ego e il proprio orgoglio all’obiettivo superiore. Tutto il resto è rumore di fondo, infantilismo e personalismo di cui abbiamo il dovere di fare a meno per continuare a camminare dritti.