IL MANTELLO DI ERCOLE E LA DERIVA DEI BARCHINI: LA STORIA NON SI SCRIVE CON LE OPINIONI

La politica, diceva Gramsci, è l’arte di guardare lontano. Oggi, invece, osserviamo un ceto intellettuale che, nel tentativo di darsi una veste di dissidenza, galleggia come un barchino alla deriva, incapace di leggere la tempesta in cui siamo immersi.

La nascita di “Agorà” è un segnale che accogliamo con interesse analitico, ma la nostra partecipazione non può essere data per scontata.

Non intendiamo “rompere” con nessuno, ma non possiamo avallare alcun percorso che ignori la realtà dei fatti. Senza una pubblica analisi della fase che abbiamo vissuto e una chiara presa di posizione su ciò che è stato, ogni unione risulterebbe priva di fondamento.

Quando sono stato contattato dai promotori di “Agorà”, ho riferito dell’apertura di questo progetto all’assemblea interna del Movimento SìAMO, garantendo, in quella sede, sull’onestà intellettuale del professor Angelo D’Orsi, basandomi sulla sua statura di storico e sulla radicalità delle sue critiche al sistema. Tuttavia, la successiva lettura approfondita della sua intervista rilasciata ad Antimafia Duemila nel febbraio 2022 mi ha lasciato profondamente colpito, e non in senso positivo. In quel testo, mentre il Paese veniva scosso da una discriminazione di massa, D’Orsi arrivava a definire la lotta contro le misure restrittive con toni sprezzanti, affermando che: “La dittatura sanitaria è una solenne scempiaggine”. Oggi esigiamo che su quel passaggio venga fatta una pubblica analisi. Non chiediamo un atto di umiltà, ma un atto di onestà intellettuale: il riconoscimento che quanto accaduto, iniziato già nel 2017 con l’imposizione della Legge Lorenzin, non è stata un’emergenza sanitaria, ma il perfezionamento di una dottrina di controllo sociale. Non riconoscere questo significa essere ancora, parzialmente, subalterni a quel sistema che si vorrebbe combattere.

La storia, D’Orsi dovrebbe insegnarlo, non è mai espressione della percezione o dei sentimenti del singolo. La storia è la somma dei meccanismi che creano la realtà e, in quell’epoca, la realtà è stata scritta a tavolino. Chi pretende di guidare il popolo deve avere la forza di ammettere che quella realtà è stata un dispositivo coercitivo reale, iniziato con la legge 119/17 e perfezionato negli anni successivi, che ha colpito la carne viva del Paese.

È necessario chiarire il nostro metodo: noi non partecipiamo con il solo fine di concorrere alle elezioni, trasformando la politica in una semplice conta elettorale. Partecipiamo, se possibile, alla costruzione di un contenitore politico che sappia finalmente distinguere babordo e tribordo. Si parla stucchevolmente di “andare oltre destra e sinistra”. Questa è la resa definitiva. Destra e sinistra sono categorie antropologiche, non residui partitici: la destra è conservazione dello status quo, la sinistra è emancipazione. Ma la confusione nasce dal non capire che, nel Novecento, essere progressisti significava liberare le masse dalla miseria tramite la tecnica; oggi, nel secolo del controllo algoritmico, essere progressisti significa l’esatto opposto: significa resistere alla tecnica che il capitale globale usa per sussumere la vita dell’individuo. Chi non comprende che l’economia globale oggi controlla i mezzi di produzione, la salute e l’alimentazione per monitorare le masse, è un barchino alla deriva nel flusso organizzato dal potere.

In questo quadro, la Costituzione viene sbandierata come una “coperta di Linus”. Ma noi dobbiamo avere il coraggio di dire che essa è, al massimo, il mantello di Ercole. Un testo scritto sotto occupazione militare, revisionato secondo i desiderata dei vincitori, che non protegge dalla pioggia ma avvelena chi lo indossa. Venerare il mantello di Ercole, credendo che esso ci tuteli dal neoliberismo, è la prova che ci troviamo di fronte a “intellettuali tradizionali” — per dirla ancora con Gramsci — che, pur non essendo organici al potere, ne condividono la grammatica fondamentale.

Il rischio è che questi intellettuali, con la loro ambiguità, diventino perfino più dannosi degli intellettuali organici al potere. Perché offrono al popolo una narrazione apparentemente critica, ma lo incanalano in un alveo di agevole controllo, trasformando la rabbia sociale in un innocuo esercizio elettorale per il 2027. Marx ci ha insegnato che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Il Movimento SìAMO non sarà la comparsa in questa farsa.

Già conosciamo la reazione dei tanti che vivono il quotidiano politico sul nostro testo. Ci diranno che non esistono i puri, che non siamo gli unici “puliti” e che non possiamo pretendere la perfezione. Lo sappiamo e siamo d’accordo. Siamo radicali, non siamo menscevichi, non siamo la “maggioranza accomodante”. Siamo bolscevichi: la minoranza radicale che non si accontenta di gestire l’esistente. Crediamo fermamente che per fare politica da cittadini, tra i cittadini, essendo cittadini, bisogna saper leggere la realtà senza filtri, pretendendo di posizionarsi nel punto più alto e crudo per guardare l’orizzonte politico che vogliamo — e dobbiamo — costruire.

Se “Agorà” vuole davvero essere l’avanguardia di cui il Paese ha bisogno, deve fare i conti con la propria storia recente. Non cerchiamo leader che ci indichino la strada dall’alto di una cattedra; cerchiamo compagni di lotta che abbiano la forza di ammettere che la realtà di quegli anni è stata scritta a tavolino e di ricostruire — non difendere — le pareti della sovranità, monetaria, economica e sociale, che ci sono state sottratte.

Siamo pronti al dialogo, ma la nostra condizione è la verità. Senza un’analisi pubblica del reale, senza la presa d’atto del fatto che la storia di quegli anni è stata un meccanismo di controllo, non c’è terreno comune. La nostra trincea resta aperta, e lì continueremo a lavorare, con l’attrezzo in mano, per costruire il futuro di un’Italia che non si fa più guidare dai sognatori del passato.