Il prof rosso che vale quanto il due di picche… E i giornalisti che valgono meno!

“Nei talk show è invitato perché difensore delle ragioni della Russia, nel conflitto con l’Ucraina ma non solo, e perché fiero oppositore del governo di Giorgia Meloni.” Con queste parole, Antonello Piroso liquida con superficialità cinica la presenza mediatica di chi tenta, nel caos del dibattito odierno, di sollevare questioni che vanno oltre il rumore di fondo del regime.

Il “Giullare Nero” della televisione

Piroso si muove nel panorama televisivo italiano come un “giullare nero”. A differenza del giullare storico, che utilizzava la sua licenza per dileggiare il sovrano e mettere in crisi le certezze del palazzo, il giullare nero è una creatura di segno opposto: è colui che, protetto dalla corte, non attacca mai il potere reale. La sua funzione non è la critica, ma la protezione dello status quo attraverso il dileggio dell’avversario. Piroso, volto noto di trasmissioni come Omnibus, Tagadà o in passato del suo programma (ah)iPiroso su LA7, non usa la sua ironia per scardinare la narrazione dominante, ma per trasformare in macchietta chiunque osi porre domande scomode. È il guardiano del recinto: finché il “giullare” ridicolizza, il sistema è salvo.

Maurizio Belpietro e l’industria de “La Verità”

A capo di questa macchina editoriale troviamo Maurizio Belpietro, figura che ha attraversato la direzione di testate come Il Giornale, Libero e Il Tempo. Fondatore de La Verità nel 2016, Belpietro ha saputo costruire un modello di business basato sul “finto dissenso”. La Verità si propone come voce fuori dal coro, ma nella sostanza opera per convogliare il malcontento popolare verso un vicolo cieco, garantendo che la critica non superi mai il confine del sistema economico-sociale di riferimento. Nonostante le liste di finanziamenti pubblici vedano spesso protagonisti diversi quotidiani, il vero potere de La Verità risiede nella sua capacità di monetizzare la rabbia dei lettori, vendendo loro un’opposizione di cartapesta che non mette mai a rischio le fondamenta del comando globale.

Analisi critica dell’articolo di Piroso

L’operazione condotta da Piroso non è giornalismo, ma un’architettura studiata per neutralizzare il dissenso. Analizzando tecnicamente il suo articolo, emergono tre pilastri della sua manipolazione:

  • La decontestualizzazione strumentale: Piroso seleziona frammenti isolati delle dichiarazioni del suo bersaglio per ricostruirne un’immagine grottesca, privando il lettore di qualsiasi comprensione del retroterra teorico o politico della tesi originale. È la tecnica della caricatura applicata alla politica: si distrugge l’idea attraverso la derisione dell’uomo che la esprime.
  • Il bias della “normalità”: Il tono di Piroso presuppone implicitamente che esistano opinioni “accettabili” (quelle dei salotti che frequenta) e opinioni “stravaganti” o “pericolose”. Egli si pone come l’arbitro della realtà, delegittimando chiunque non aderisca alla grammatica del mainstream. Questa non è cronaca, è esercizio di potere mediatico che definisce i confini del dicibile.
  • L’evasione dal confronto strutturale: La critica di Piroso è una critica “orizzontale” (tra personaggi), mai “verticale” (contro il potere). Egli evita accuratamente di discutere le dinamiche sistemiche, i condizionamenti economici o le strategie di controllo che le figure che attacca tentano, seppur confusamente, di denunciare. Il suo obiettivo è impedire che si passi dal dibattito tra persone a una critica del sistema.

Analisi e attacco

Il vero scandalo non è l’ironia di Piroso; è la sua utilità per il sistema. Piroso evita accuratamente di affrontare qualsiasi analisi strutturale del potere, preferendo mantenere il dibattito confinato al livello del gossip politico e dello scontro tra personaggi. Perché questo silenzio? Perché se Piroso iniziasse a scavare nelle radici profonde dei dispositivi di controllo che oggi governano le nostre vite, perderebbe immediatamente il suo posto nei salotti che frequenta. Il “giullare nero” non morde mai la mano che lo nutre: deve mantenere il dibattito sul piano del teatrino televisivo, assicurandosi che nessuno indaghi sulle dinamiche reali che definiscono la nostra sottomissione, proteggendo così con il suo silenzio complice il sistema che sostiene.

È proprio in questo vuoto lasciato dal giornalismo di regime che la nascita di iniziative come “Agorà” diventa una necessità storica. Non nutriamo alcuna piaggeria verso il professor D’Orsi, né ci sentiamo affini a ogni sua posizione, ma riconosciamo il valore oggettivo di un tentativo di aggregazione che prova a rompere il monopolio della rappresentanza. Il sistema teme “Agorà” non per le sue singole uscite, ma perché ogni contenitore politico che tenta di strutturarsi al di fuori dei binari imposti dai grandi gruppi editoriali è un segnale di vita che deve essere soffocato. Piroso e i suoi padroni non temono le idee stravaganti di un intellettuale; temono la possibilità che il popolo si dia una struttura, che esca dal recinto della narrazione mainstream per riappropriarsi dei mezzi di produzione, della salute e della sovranità.

La Verità e i suoi pennivendoli non sono giornalisti; sono gli architetti della distrazione. Mentre noi del Movimento SìAMO lavoriamo in trincea, con la disciplina di chi sa che la realtà non si cambia nei salotti televisivi di La7 o Rete 4, loro vendono fumo per proteggere i padroni. Piroso e Belpietro sono due facce della stessa medaglia: l’uno deride, l’altro distrae. Entrambi lavorano per impedire che il popolo si dia una struttura politica autonoma.

La loro “verità” è un paravento per la conservazione dello status quo. La nostra “trincea” è l’unica risposta possibile a chi, come questi signori, ha scelto di vendere la propria intelligenza al miglior offerente. Noi non siamo comparsa in questa farsa: siamo l’alternativa che temono.