LA GABBIA DEGLI INTELLETTUALI. AGORÀ: UN NUOVO INGANNO?

Quando la rivoluzione dei garantiti rischia di trasformare la conoscenza in dottrina di Stato

Ci hanno insegnato a credere che il danno al Paese sia rappresentato da qualche vetrina infranta o dal fumo di un lacrimogeno in piazza, mentre l’opinione pubblica, sapientemente orientata da un’informazione asservita alle élite, continua a essere plagiata dall’idea che per salvare le istituzioni servano unicamente cravatte eccezionali, titoli d’eccellenza e pedigree accademici formattati nei santuari del potere finanziario. È un’illusione ottica pervasiva: il vero sfascio sistemico nasce nei salotti ovattati, firmato con penne stilografiche da dirigenti e tecnici formati per far funzionare i mercati, non per servire i cittadini.

Quando il dibattito politico si riduce a mera amministrazione e la gestione dello Stato viene consegnata a chi possiede l’agibilità culturale rilasciata dalle accademie del sistema, assistiamo alla definitiva espulsione del popolo dai luoghi della decisione. È un modello che trasforma la competenza in una “dottrina” impermeabile ad ogni reale trasformazione sociale. In questo scenario, le università d’élite e i cenacoli culturali istituzionali non agiscono come motori di emancipazione, ma come filtri di selezione e conformismo.

La lezione tradita di Gramsci: L’Intellettuale Collettivo contro la casta cattedratica

Per comprendere appieno la portata di questo inganno è indispensabile tornare alla lezione strutturale di Antonio Gramsci. Nei suoi Quaderni del carcere, Gramsci chiarì con lucida precisione come le classi dominanti non mantengano il proprio potere esclusivamente attraverso la forza coercitiva o la leva economica, ma soprattutto mediante l’egemonia culturale. Le istituzioni formative, le accademie e i grandi organismi di informazione sono i luoghi in cui la classe dominante definisce i confini del “pensabile”, separando d’autorità ciò che è considerato “ragionevole” e “competente” da ciò che viene bollato come “populista” o “inadeguato”.

Tuttavia, il senso profondo dell’insegnamento gramsciano rischia oggi di essere totalmente capovolto. Gramsci non chiedeva affatto al popolo di affidarsi ciecamente alla benevolenza degli “intellettuali tradizionali” — quei professori che si percepiscono come una casta neutrale, ma che nei fatti svolgono la funzione di funzionari del gruppo dominante. Gramsci teorizzava la necessità di costruire l’intellettuale collettivo: il Nuovo Principe, la struttura politica organizzata capace di far avanzare le classi subordinate, dove la conoscenza non è calata dall’alto da una confraternita di accademici che salgono in cattedra per dare la lezione alle masse, ma nasce dalla sintesi e dall’organizzazione del sapere diffuso.

“Il modo di essere dell’intellettuale nuovo non può più consistere nell’eloquenza… ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, ‘persuasore permanente’ proprio perché non puro oratore.”

Oggi, al contrario, assistiamo alla canonizzazione del vecchio cattedratico che guarda la realtà dall’alto del suo piedistallo, pretendendo di spiegare il mondo senza mai condividerne le contraddizioni materiali.

L’Agorà di D’Orsi: La rivoluzione all’ombra della cattedra

L’esempio plastico di questo cortocircuito è il rischio che sta correndo la nascente struttura “Agorà” promossa da Angelo D’Orsi. Nata con l’intento dichiarato di costruire uno spazio di alternativa, la sua impostazione iniziale sembra scivolare nella medesima logica escludente della neo-aristocrazia culturale che si vorrebbe combattere.

Ci si trova di fronte al pericolo di una cerchia ristretta, cooptata dall’alto, composta quasi esclusivamente da professori universitari, filosofi accademici e personaggi le cui carriere sono nate e prosperate all’interno delle stesse istituzioni del sistema. Il rischio è quello di dar vita all’ennesima “rivoluzione dei garantiti”: un salotto illuminato in cui ci si scambia citazioni dotte senza che si sia mai sperimentata l’insicurezza del salario o il ricatto dell’esclusione sociale.

A questi accademici normati dal sistema spetta una riflessione profonda: a quali dei propri benefit, della propria visibilità e delle proprie rendite di posizione si è disposti a rinunciare per far spazio a una reale partecipazione popolare?

La scimmia vede, la scimmia fa: L’emulazione inconsapevole dei modelli di potere

C’è un meccanismo sottile e pervasivo che intossica anche le migliori intenzioni: la tendenza a replicare i modelli di potere che si sono osservati per decenni. È la dinamica del “monkey see, monkey do”. Quando per generazioni l’attività politica è stata rappresentata esclusivamente come un esercizio per pochi eletti, una sequenza di cene di gala, convegni chiusi, comitati direttivi cooptati dall’alto e passerelle mediatiche, quel formato finisce per diventare l’unico immaginabile.

Il dramma si consuma quando anche figure d’eccellenza sul piano umanistico, filosofico e culturale cadono in questo riflesso condizionato. Persone capaci di analizzare con lucidità le storte del sistema finiscono poi, all’atto pratico, per adottare la medesima metodologia che formalmente contestano. Si costruisce l’ennesimo organismo verticistico, si nominano i “Saggi”, si perimetra lo spazio del dibattito e si guarda dall’alto in basso chi sta fuori. È la dimostrazione di come l’egemonia culturale del sistema non plasmi solo le idee, ma modelli le abitudini procedurali: si combatte la vecchia politica usando gli stessi ferri del mestiere che l’hanno resa odiosa e inefficace.

La posizione del Movimento SìAMO: Un monito ed una mano tesa

Noi del Movimento SìAMO guardiamo comunque con forte interesse alla nascente struttura Agorà. Sappiamo che le persone coinvolte sono capaci e competenti, ma l’organizzazione, lo spazio per il dibattito e la pari dignità del pensiero non possono essere considerate un orpello: quelle rappresentano l’anima stessa di qualsiasi progetto che voglia definirsi politico e rivoluzionario.

Senza il pieno riconoscimento di questi punti non vi sarà spazio neanche per un confronto, e questo per noi sarebbe del tutto inaccettabile. Speriamo vivamente che Angelo D’Orsi ed il suo entourage comprendano in tempo queste fondamenta dell’inclusività politica. Se l’iniziativa dovesse sbattere contro il muro della realtà e comprendere la necessità di fare marcia indietro per ridefinirsi, noi saremo pronti al dialogo. Diversamente, ci troveremo soltanto di fronte all’ennesima organizzazione esclusiva da guardare da fuori mentre, da finti “organici”, si contendono gli spazi con altri organici di sistema.

Dalla dottrina al sapere diffuso

Rompere questo monopolio non significa cedere al rifiuto oscurantista dello studio. Significa rifiutare l’idea che la preparazione sia valida solo se certificata dalle accademie d’élite o dai salotti dei “garantiti”. La conoscenza non deve essere una dottrina calata dall’alto, ma uno strumento di lotta accessibile e condiviso.

È tempo di sottrarre la politica al controllo esclusivo dei tecnocrati e degli accademici di professione. Servono organizzazione, visione autonoma e la consapevolezza che il futuro del Paese non si decide nelle aule magne o nelle agorà aristocratiche, ma nella riappropriazione della sovranità e della dignità da parte di chi il Paese lo manda avanti ogni giorno.