La fame insaziabile del capitale: dalla corsa interna alla catastrofe globale

Il capitalismo, fin dalle sue origini, è un sistema mosso da un imperativo categorico: accumulare capitale per la sola ragione di accumularlo. Questo processo non è una tranquilla crescita endogena, ma una spinta vorace e distruttiva (come analizzato da Rosa Luxemburg in L’accumulazione del capitale), che necessita costantemente di nuovi mercati e nuove sfere non capitalistiche da assimilare e sfruttare.
Queste dinamiche non sono incidenti storici, ma fasi cicliche necessarie al mantenimento del sistema.
La fase iniziale di espansione del capitale avviene all’interno della nazione e richiede un meccanismo di assorbimento del surplus e di gestione dei costi del lavoro. La classe detentrice del grande capitale necessita di una classe immediatamente subalterna — professionisti, quadri, piccoli imprenditori — che agisca come acquirente fondamentale del plusvalore accumulato e come cuscinetto ideologico. L’illusione della mobilità sociale ascendente spinge questa classe a consumare e ad accettare le dinamiche economiche. Questa illusione è rafforzata dalla “Società Liquida” (Zygmunt Bauman), un artificio culturale necessario per nascondere le rigide divisioni di classe in un’epoca di maggiore istruzione. La liquidità scioglie le vecchie strutture, promuove l’individualizzazione forzata e maschera la disuguaglianza presentando la precarietà come flessibilità, impedendo così alla maggioranza di identificare e contestare le classi sociali immobili al potere.Prima che l’esigenza di guerra diventi dominante, la classe capitalista tenta di dilatare i termini dell’accumulazione interna abbassando i costi del lavoro. In questo contesto, i flussi migratori assumono una funzione strutturale cruciale: essi ricostituiscono l’esercito industriale di riserva. L’arrivo di una vasta quantità di forza lavoro esercita una pressione al ribasso sui salari complessivi e disciplina la forza lavoro autoctona. Questo afflusso permette al capitale di sfruttare nuovi bacini di manodopera e di ritardare la crisi di saturazione e la conseguente spinta imperialistica e bellica. Tuttavia, questa è solo una soluzione temporanea che sposta in avanti la crisi senza risolverla.
Quando il mercato interno e l’esercito di riserva non bastano più a realizzare il plusvalore, il capitale deve cercare nuove “colonie” attraverso l’espansione commerciale ed economica. Questa fase è l’imperialismo, lo stadio terminale del capitalismo elaborato da Lenin, caratterizzato da monopoli e capitale finanziario in lotta per la spartizione economica del mondo. La guerra non è un errore politico, ma il culmine logico ed economico dell’imperialismo, il mezzo per distruggere capitale, rimescolare le carte e creare nuove opportunità di accumulazione per i capitali vincenti. A differenza del XX secolo, i modi di produzione attuali, guidati dall’Industria 4.0, sono basati sul capitale cognitivo e sulla logistica globale. L’efficienza della produzione e la rapidità dei flussi finanziari hanno dato vita a una nuova forma di dominazione: il Colonialismo 4.0. Per gli stati nazione, il deterioramento della sovranità non è un incidente, ma il risultato di questa “invasione” che utilizza strumenti non bellici. L’occupazione territoriale è sostituita dall’egemonia culturale (modelli di consumo e stili di vita), dall’invasione mercantile (distruzione delle produzioni locali tramite dumping e catene di fornitura globali) e dal controllo digitale (piattaforme che detengono i dati e le infrastrutture cognitive). Questa dissoluzione della sovranità è funzionale all’oligarchia plutocratica per garantire che il capitale possa muoversi, accumulare e dettare le leggi senza gli ostacoli politici degli stati.
Questa spinta distruttiva si manifesta oggi in un martellamento mediatico e politico per il riarmo europeo, un’assurdità che non fa che avvalorare le tesi di un capitalismo al collasso. La crescente spinta militarista è la prova che la saturazione è vicina. La storia ci mette in guardia: l’analogia con la Germania prebellica ai tempi di Rosa Luxemburg è lampante. L’intreccio mortifero tra un capitalismo finanziario e monopolistico in crisi e una classe politica spregiudicata, disposta ad assecondarlo, portò allora all’ascesa del regime nazista e alle infauste conclusioni della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, in presenza di dinamiche sociali ed economiche di stringente difficoltà e con le premesse già poste con la guerra in Ucraina, il rischio di un nuovo regime autoritario funzionale all’accumulazione e al conflitto non è un timore astratto. Il fantasma dell’ennesimo conflitto globale incombe come un monito a distanza di quasi un secolo.
Dietro la retorica della “difesa”, i governi europei supini a questa logica, come quelli guidati da Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni, non fanno che servire gli interessi di una sconsiderata e irresponsabile oligarchia plutocratica imperiale egemone. Questa oligarchia trae profitto diretto dai traffici del complesso militare-industriale d’oltreoceano e dai suoi sodali finanziari, esponendo al contempo le popolazioni a un gravissimo rischio di guerra nucleare globale.Per una nazione come l’Italia, cedere a questa logica è una scelta antistrategica, rischiosa e profondamente sconveniente. Non rientra nei nostri interessi nazionali, ma serve unicamente a togliere risorse essenziali per convogliarle verso l’apparato militare industriale e i grandi detentori di capitale che lo controllano. L’assurdità del riarmo è palese: anziché sperperare fondi per alimentare il circolo vizioso della distruzione, l’Italia e l’Europa dovrebbero orientare le risorse verso l’interesse collettivo. Una scelta strategica e lungimirante impone di reindirizzare immediatamente questi capitali verso la creazione di lavoro sano e non bellicista e il rilancio del sistema sanitario pubblico, un settore essenziale e non negoziabile, che è anche un potente atto di sovranità culturale che sottrae un bene primario alla logica del profitto.
La via d’uscita dall’egemonia plutocratica, dal colonialismo 4.0 e dalla spirale bellica passa per la ricostruzione di una reale sovranità politica, economica e culturale a servizio della collettività. Questa sovranità non è isolazionismo, ma autonomia decisionale per disinnescare la bomba dell’imperialismo. Ciò implica il rifiuto della subalternità alle lobby finanziarie e militari esterne e la riaffermazione del potere popolare sulle decisioni strategiche. In definitiva, la neutralizzazione della spinta accumulatoria imperiale e la ricerca di una maggiore giustizia sociale, che contenga questa iniqua e tossica fame di profitto, deve passare attraverso l’uso strutturale della fiscalità nazionale. Una riforma fiscale progressiva è lo strumento primario per frenare l’accumulo sconsiderato: ciò significa un’azione risoluta per eliminare le aree no tax per i super ricchi e per correggere l’attuale errata distribuzione del carico fiscale che favorisce il capitale a discapito del lavoro. Solo attraverso una maggiore equità fiscale interna e una rinnovata sovranità che subordini la finanza al benessere pubblico, sarà possibile costruire un’alternativa all’inevitabile catastrofe.






