La logica degli schiavi ed il podio ai nuovi ricchi!
Da anni le nostre città vedono eleggere nei consigli municipali i rappresentanti di corporazioni, famiglie di palazzinari e banchieri. I primi vivono costruendo edifici, i secondi “vendendo” il denaro per acquistarli. Questo spiega perché la costruzione di edilizia pubblica sia ferma o ridotta al minimo, nonostante una richiesta ormai drammatica.
Chiedere a chi specula sul bisogno primario della casa di risolvere l’emergenza abitativa è una palese contraddizione logica.
I grandi piani statali di edilizia pubblica diretta — avviati nel dopoguerra con il sistema Gescal — si sono interrotti alla fine degli anni Novanta, in particolare con la soppressione del contributo specifico per i lavoratori nel 1998. Da oltre un quarto di secolo la realizzazione diretta di nuovi quartieri ERP è cessata, delegando la gestione dell’offerta al mercato privato, alle convenzioni o a interventi marginali.
I dati evidenziano la misura di questa paralisi. In Italia circa 650 mila nuclei familiari sono regolarmente collocati nelle graduatorie comunali per l’accesso a un alloggio pubblico:
- Roma: Oltre 16 mila famiglie in lista d’attesa a fronte di circa 500 assegnazioni annue, con tempi medi superiori ai 10 anni.
- Milano: Oltre 25 mila domande inoltrate, ma le assegnazioni coprono solo tra il 3% e il 5% del fabbisogno annuale.
- Napoli: Oltre 45 mila richieste registrate a fronte di poche centinaia di scorrimenti l’anno.
- Torino: Oltre 10 mila domande in attesa, con una produzione da zero di edilizia pubblica ferma da 25 anni e interventi limitati al recupero dell’esistente.
Facciamo un ragionamento concreto. Chi nel Movimento 5 Stelle esalta l’intervento del Bonus Facciate come strumento di rilancio economico post-COVID ha mai provato ad analizzare l’alternativa? Se quelle stesse risorse fossero state destinate a un piano generalizzato di edilizia pubblica strutturata, le aziende avrebbero lavorato con maggiore stabilità e continuità, versando più imposte. Si sarebbe consegnato alla collettività un patrimonio sociale ed economico solido e durevole nel tempo, e non un sussidio a fondo perduto rivolto alla rendita privata.
In questo scenario assistiamo alla parata di coloro che arrivano quarti, con un piede poggiato sul podio dei “nuovi ricchi”: gli schiavi inconsapevoli. Sono i soggetti più astiosi, pronti a puntare il dito contro gli edifici occupati al grido di: “Io ho fatto trent’anni di mutuo!”. Sbandierano un debito trentennale come fosse una medaglia al valore, anziché l’evidenza della propria inerzia politica.
Eppure dovrebbe essere il contrario: esperienze come Spin Time dovrebbero essere prese ad esempio. La politica dei partiti di stato non muoverà mai un solo passo verso la popolazione se questa non avrà il coraggio di metterla direttamente sotto pressione. Dobbiamo smettere di chiedere la casa: la dobbiamo pretendere!
Ed è un principio che risponde anche alla necessità di rilanciare un’economia reale legata ai territori. È del tutto evidente che il costo spropositato di mutui e affitti prosciuga le risorse del ceto medio e popolare, togliendo ai cittadini la capacità economica di consumare. Ridurre l’impatto della rendita immobiliare significa liberare reddito: maggiori consumi generano maggiori vendite per le attività territoriali, e maggiori vendite si traducano automaticamente in maggiori incassi fiscali per lo Stato.
Ecco perché episodi come lo sgombero di Spin Time non devono essere interpretati come la banale “liberazione” di un immobile. Sono un segnale calcolato, lanciato direttamente alla pancia di quegli schiavi inconsapevoli che — sempre con il loro piedino poggiato sul podio e lo stomaco sazio d’astio — possono finalmente godersi lo spettacolo e sentirsi, per un momento, un po’ più ricchi.
E già si sente sollevarsi la canea dei soliti “legalisti”. Ma le leggi, dopotutto, le scrivono gli stessi soggetti che vivono vendendo case e denaro a voi, “nuovi ricchi” a debito. E per quanto tutto questo possa apparire profondamente regolare sulla carta, resta il segno tangibile di un’abominevole ingiustizia sociale.
Non estis subditi quia illi reges sunt, sed illi reges sunt quia vos subditi estis
