Se c’è qualcosa da spartire tra un prigioniero ed il suo piantone

Se c’è qualcosa da spartire tra un prigioniero e il suo piantone, non è certo una prima fila all’Agnata. L’episodio che ha visto protagonista Matteo Salvini alla storica tenuta di Fabrizio De André ha riacceso una polemica vecchia quanto il potere, ma ha anche messo a nudo la fragilità culturale con cui oggi si affronta il pensiero anarchico e libertario.

Da un lato abbiamo la provocazione — o la disarmante ingenuità — di un politico di governo che rivendica il “diritto di ascoltare” De André, scambiando il consumo estetico privato con la presenza pubblica nel tempio di chi ha speso una vita intera a smontare la retorica dell’autorità, dei confini e della repressione. Dall’altro, la reazione di Dori Ghezzi, che nel tentativo di pacificare la piazza ricorre al classico e un po’ logoro appello al “dialogo” e alla tolleranza democratica, rivendicando persino una propria appartenenza d’area (“sono sempre stata di sinistra”) che finisce per addomesticare e ridurre il messaggio originale a una pacifica questione di schieramenti parlamentari.

In questo quadro, la posizione più nitida e coerente è stata espressa dalla nipote di Fabrizio, Alice De André. Ricordando come il nonno fermasse i concerti davanti alle contestazioni per mettersi a discutirne, Alice ha centrato il punto: Fabrizio non avrebbe trasformato la sua musica in un sottofondo per passerelle istituzionali, né si sarebbe rifugiato dietro le buone maniere della diplomazia culturale. Avrebbe preteso risposte. Avrebbe chiesto a chi incarna il potere cosa ci facesse lì, seduto in prima fila a fare spallucce davanti alle contraddizioni.

Perché De André non è un patrimonio neutro da dividere tra tutti, un sottofondo musicale per aperitivi istituzionali o una medaglia da appuntarsi al petto per mostrare ampiezza di vedute. Il suo canto non nasce per pacificare le coscienze, ma per turbarle. E non c’è dialogo possibile tra la retorica dello Stato e la voce di chi ha dato parola solo ed esclusivamente agli ultimi, agli emarginati e ai perseguitati.

Nessuna parte politica può recintare o rivendicare l’eredità di chi ha rifiutato ogni forma di dominazione. La lezione più pura e intransigente di Faber resta scolpita a pietra, contro ogni tentativo di assimilazione o di perdono istituzionale: NON ESISTONO POTERI BUONI.