Confesso: Io non mi dichiaro antifascista perché faccio antifascismo
Perché affermi di non dichiararti antifascista, pur sostenendo di fare antifascismo?
Oggi i gruppi dichiaratamente antifascisti di fatto sono quelli più allineati alle logiche del mercato, del profitto e dello sfruttamento. Dichiararsi “antifascisti” a parole è diventato un’etichetta di comodo, un marchio di conformismo concesso da chi gestisce il potere per addomesticare il dissenso reale. Il fascismo moderno non indossa le camicie nere, né marcia su Roma: si nasconde dietro la retorica del politicamente corretto, dietro l’omologazione culturale e l’assoggettamento dell’individuo agli interessi del capitale. L’uso anacronistico del termine lascia spazio ad una serie di politiche che, paradossalmente, sono fortemente di estrazione fascista.
Ma cosa, come e quando qualcosa si può definire davvero fascista?
Primo, la superiorità della razza o la presunzione di un’élite illuminata che si ritiene moralmente e culturalmente superiore al popolo, legittimata a decidere cosa sia giusto pensare, dire o fare.
In secondo luogo, la cancellazione della sovranità individuale e popolare in nome di un’emergenza perenne, sia essa economica, sanitaria o geopolitica, che giustifica la limitazione sistematica delle libertà fondamentali.
Infine, la fusione perfetta tra potere corporativo e apparato statale: la tendenza a subordinare l’interesse pubblico al profitto di pochi grandi gruppi finanziari o industriali, trasformando i diritti in concessioni e i cittadini in clienti.
Quando il dissenso viene criminalizzato e il pensiero critico viene etichettato come pericolo pubblico, la matrice autoritaria è netta, indipendentemente dall’insegna che vi si appende sopra: non importa se chi abusa del proprio potere sia di destra, di sinistra, di centro o compagnia cantando. La vera sostanza del fascismo risiede nell’oppressione, nel pensiero unico e nell’idea che l’essere umano sia solo un ingranaggio producibile e scartabile.
In cosa consiste, allora, la tua idea di antifascismo e come si differenzia da quello di facciata?
Per questo rifiutiamo le etichette di facciata: l’antifascismo non si dichiara nei salotti, si pratica nei fatti. Fare antifascismo, oggi, significa smantellare le strutture di prevaricazione che comprimono i diritti dei lavoratori, che privatizzano la dignità e che dividono i cittadini in categorie di serie A e di serie B. Non basta sventolare una bandiera una volta l’anno se poi si accettano passivamente i diktat del profitto, lo smantellamento dello Stato sociale e la precarizzazione della vita delle persone. Significa difendere la sovranità dei diritti, la giustizia sociale e la libertà reale di ogni individuo di fronte a qualsiasi forma di tirannia economica o politica.
Cosa rispondi a chi cerca di mantenere una posizione neutrale o moderata nel dibattito politico attuale?
Esiste un noi e un loro. Questo continuare a camminare sul filo per non cadere in un campo o nell’altro è quel politicamente corretto che non consente di parteggiare. È nauseante! Noi staremo sempre dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli sfruttati, degli emarginati, anche se questi non stanno dalla nostra parte perché attratti da sirene che una volta catturati li divorano. Perché questo è fare politica, perché questo significa avere la dignità di essere!
Qual è la tua collocazione politica ideale e qual è la storia della tua organizzazione?
Io personalmente, dopo un lungo percorso esistenziale, mi dichiaro anarchico: laddove l’anarchismo non è quello dipinto dai media di regime — ridotto alla caricatura di quattro idioti che sfasciano vetrine —, ma un senso profondo di responsabilità e volontà collettivista. È per questo che abbraccio totalmente il pensiero e la costruzione di una nuova nazione di stampo socialista. Per questo io non mi dichiaro antifascista: perché la mia storia, la storia dell’organizzazione che rappresentiamo, parla di persone che non accettano la dittatura dei “migliori”, la subordinazione dei diritti, l’omologazione e la messa a norma degli individui.
Intervento estratto dal taccuino politico del Movimento SìAMO ad uso della rete di analisi interna ed esterna.
“Non estis subditi quia illi reges sunt, sed illi reges sunt quia vos subditi estis”
