IL DIRITTO NATURALE È IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE

Quando si parla di “diritti naturali”, l’immaginario comune tende a evocare un insieme di garanzie sacre e inviolabili che appartengono all’essere umano per il solo fatto di nascere.

Una visione suggestiva, certo, ma che rischia di rivelarsi un’astrazione pericolosa se non viene calata nella realtà dei rapporti di forza che regolano le società.

Se spogliato della sua impalcatura filosofica, il cosiddetto “stato di natura” non distribuisce garanzie: distribuisce unicamente rapporti di potere.

Senza una comunità organizzata e senza regole scritte capaci di farle rispettare, il diritto di natura coincide esattamente con la capacità fisica, economica o intellettuale di imporsi sugli altri. È il ius in omnia di Thomas Hobbes: il diritto del lupo di sbranare l’agnello semplicemente perché ne ha la forza.

L’illusione dell’autoregolamentazione e il ruolo della legge

Rifiutare l’idealizzazione del diritto naturale significa prendere atto di una verità fondamentale: le regole sociali non nascono per limitare la libertà dell’individuo, ma per renderne possibile l’esercizio anche a chi è più debole. Come ricordava Jean-Jacques Rousseau, tra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che affranca.

In assenza di una struttura giuridica e sociale solida:

  • Le fasce più deboli, meno organizzate e con scarso potere contrattuale, finiscono inevitabilmente schiacciate.
  • L’assenza di tutele trasforma la società in una giungla in cui chi possiede più risorse finanziarie, mediatiche o culturali detta la propria norma di fatto.
  • Il “diritto” cessa di essere una tutela e torna a essere puro arbitrio del più forte.

Chi scrive le regole? La sfida della democrazia

Il punto cruciale della questione diventa quindi istituzionale: chi stabilisce le regole del gioco? La legge, da sola, non è automaticamente garanzia di giustizia. Se la democrazia si riduce a una pura formalità, il potere tende a concentrarsi nelle mani di poche élite, scivolando verso l’oligarchia.

Per evitare che la legge positiva diventi solo il paravento legale degli interessi delle classi più abbienti, serve una democrazia matura. Questo richiede il primato dell’interesse collettivo su quello privato, un controllo stringente sull’influenza del capitale finanziario nella politica e una cittadinanza consapevole e organizzata, capace di esercitare una vigilanza continua.

I diritti non esistono in natura come frutti da cogliere dagli alberi. Non sono un dato di fatto, ma una conquista sociale. Esistono e vivono solo dove c’è una comunità capace di scriverli, difenderli e garantirli a tutti, specialmente a chi non ha la forza di prenderseli da solo.

Non estis subditi quia illi reges sunt, sed illi reges sunt quia vos subditi estis

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