Il Leviatano Algoritmico: Riprendersi il Futuro e smascherare l’inganno
Il dibattito politico che occupa lo spazio pubblico contemporaneo non è un confronto di idee, ma una recita orchestrata per anestetizzare ogni velleità di cambiamento. Mentre il mondo corre verso una trasformazione radicale della struttura stessa della nostra esistenza, ci viene somministrata la menzogna della “fine delle ideologie”.
Ci dicono che destra e sinistra non esistono più, che il Novecento è morto e che le vecchie lenti di lettura sono obsolete. Questa narrazione non è un’osservazione neutra; è un’arma chirurgica utilizzata dai poteri conservatori per rendere la realtà illeggibile ai più, garantendo così la conservazione del proprio spazio vitale e della propria zona di comfort.
La distinzione tradita: Posture contro Geografia. Per capire l’inganno, dobbiamo liberarci di un equivoco fondamentale: confondere le categorie del pensiero con le collocazioni parlamentari. Il progressismo e il conservatorismo sono posture, architetture profonde del pensiero umano che definiscono il nostro rapporto con il potere e con il futuro.
La Grande Inversione: Il Progresso come nuova gabbia
La destra e la sinistra, invece, non sono altro che residui fossili, collocazioni geografiche all’interno di un emiciclo novecentesco che non ha più alcuna corrispondenza con la realtà dei rapporti di forza. I poteri conservatori, che oggi dominano i datacenter e gli algoritmi, cavalcano questa confusione. Sostengono che “destra e sinistra non esistono” proprio per impedire alla gente di accorgersi che, al contrario, il progressismo e il conservatorismo esistono eccome. Chi vuole conservare il proprio status opera affinché la differenza tra queste posture sia illeggibile ai più. Se ti convincono che non esistono più le ideologie, ti privano del vocabolario necessario per descrivere la loro oppressione: quella di un conservatorismo tecnocratico che non vuole cambiare nulla, se non per rendere più efficiente il controllo.
A inizio Novecento, il progressismo era l’anima della trasformazione. Essere progressisti significava credere nella liberazione attraverso la tecnica. La fabbrica, la meccanica, la chimica erano intese come strumenti per emancipare il lavoratore dalla fatica fisica, garantendo tempo libero e dignità. Il rivoluzionario di quell’epoca non era un nemico della modernità, ma un acceleratore: voleva che la modernizzazione arrivasse a compimento totale, affinché le contraddizioni del sistema esplodessero portando alla rivoluzione. Il marxismo, in questo senso, era la sintesi suprema: prendere il controllo dei mezzi di produzione significava fermare l’alienazione e trasformare il lavoratore da appendice della macchina a soggetto della storia.
Molti partiti socialisti rivoluzionari adottavano una doppia strategia: un “programma minimo” di riforme progressiste immediate, e un “programma massimo” rivoluzionario, da mantenere intatto come bussola strategica. Le riforme progressiste erano la palestra dove il proletariato si organizzava, preparandosi allo scontro finale. Oggi, il rovesciamento è totale. Il conservatorismo contemporaneo ha compiuto il colpo di mano definitivo: si è appropriato del progresso. Non difende più la tradizione del passato, ma la “neutralità” dell’innovazione. Algoritmi, Intelligenza Artificiale, gestione dei Big Data e logistica predittiva sono diventati i nuovi strumenti di dominio. E l’atteggiamento autolesionista di chi si definisce “progressista” consiste nel credere che questi strumenti siano neutri, dimenticando che l’architettura di un datacenter o la logica di un algoritmo non sono mai asettiche: incorporano la volontà di chi le progetta.
Il Leviatano Digitale: Il patto tradito
Thomas Hobbes, nel suo Leviatano, descriveva lo Stato come un artificio necessario per sfuggire allo stato di natura. Gli uomini cedevano la propria sovranità a un sovrano in cambio di protezione e ordine. Oggi, il Leviatano non è più il Re, ma l’architettura digitale che governa le nostre vite. Abbiamo ceduto a questo nuovo Leviatano Algoritmico non solo la nostra libertà di movimento, ma la gestione della nostra percezione del reale. Il patto sociale moderno è un inganno: in cambio di comodità, connessione e velocità, abbiamo accettato di essere profilati, mappati e orientati. Il Leviatano moderno non ci protegge; ci estrae valore. Estrae il nostro tempo, i nostri desideri, la nostra identità, trasformando ogni cittadino in un processore biologico al servizio di una gerarchia che non risponde a nessuna legge elettorale, ma esclusivamente ai profitti e ai diktat delle élite che controllano le infrastrutture invisibili. Se il Leviatano non protegge più la vita e la dignità dei sudditi, il patto è rotto. La nostra postura di rottura è l’atto di chi rifiuta questo patto ingannevole per tornare a essere cittadini che dominano i propri strumenti.
Dal Proletario di Fabbrica al Seminatore di Dati: La Nuova Lotta di Classe
Per comprendere l’entità dello scontro, dobbiamo guardare alla metamorfosi del soggetto produttivo. Nel Novecento, il proletariato era l’uomo inserito nel ciclo della catena di montaggio, il cui valore era estratto attraverso la fatica fisica. La sua alienazione era tangibile: l’operaio vedeva il prodotto finire nelle mani del padrone, ma conservava ancora uno spazio fisico, una soggettività che terminava al cancello della fabbrica. Oggi, il nuovo “proletariato” non è più confinato in una struttura di mattoni, ma è diffuso, atomizzato e costantemente connesso nella società liquida. Siamo tutti, consapevolmente o meno, seminatori di dati. Ogni nostra interazione, ogni ricerca, ogni spostamento, ogni frammento di vita privata viene trasformato in materia prima per gli algoritmi. La classe dominante di oggi non possiede più solo i macchinari; possiede il software che orienta le nostre scelte, la piattaforma che ospita le nostre relazioni e, soprattutto, l’infrastruttura che raccoglie e trasforma la nostra stessa esistenza in valore estratto. Se i proprietari terrieri del passato recintavano le terre comuni e i proprietari di fabbriche del secolo scorso recintavano il lavoro umano, la nuova aristocrazia digitale ha recintato l’intera esperienza umana. Noi seminiamo dati, loro li raccolgono; noi produciamo la ricchezza algoritmica, loro la estraggono per alimentare modelli di profitto e di controllo che operano su scala globale.
Lo Scontro Epocale: Transumanesimo vs Neo-Umanesimo
Questa dinamica di estrazione non è neutra; è funzionale a un progetto di lungo periodo che potremmo definire transumanista. Il transumanesimo, nella sua accezione attuale, non è solo ricerca biologica, ma è l’idea che l’essere umano sia un dato da ottimizzare, un sistema da “aggiornare” tramite la fusione irreversibile con le logiche algoritmiche. È la visione di una classe dominante che vede l’uomo come un ostacolo alla fluidità della macchina: un elemento biologico da correggere per renderlo più efficiente, più prevedibile e, in ultima istanza, più docile. Contro questa deriva si erge, per necessità storica, il Neo-Umanesimo. Il nostro progressismo non cerca il ritorno a un passato bucolico, ma la riaffermazione radicale del primato dell’essere umano sulla tecnica. Oggi, essere progressisti significa rivendicare con forza il diritto della nazione e della comunità di esercitare il controllo sul proprio perimetro esistenziale digitale. Significa proteggere i confini non solo fisici, ma cognitivi e informativi. Non possiamo parlare di libertà in un’epoca in cui ogni forma di autodeterminazione popolare viene cancellata da un Leviatano globale, multilingue, capace di oscurare, silenziare o manipolare la volontà di intere popolazioni prima ancora che questa si traduca in azione politica.
Oltre il Leviatano: Sovranità o Estinzione
Ci troviamo di fronte a un mostro di dimensioni inedite. Il Leviatano moderno non ha volto, non ha una capitale definita, non risponde a nessuna bandiera. La sua forza risiede proprio nella sua capacità di rendersi onnipresente ed esigibile, parlando tutte le lingue del mondo pur non avendo alcuna patria. La sua missione è la cancellazione dell’autodeterminazione, perché l’autodeterminazione è l’unica variabile non processabile, l’unico vero “errore” nel sistema di estrazione globale. La vera questione, oggi, è la postura. Essere oggi forza di rottura significa rifiutare l’orizzontalità indotta dall’algoritmo — quella rete piatta e informe che ci vuole atomizzati, fluidi e privi di spina dorsale — per reclamare la verticalità della scelta consapevole. Non stiamo chiedendo di “gestire meglio” il sistema. Non stiamo cercando un posto al tavolo di chi controlla la censura digitale. Stiamo dicendo che il proletariato di oggi deve compiere il salto logico e materiale di inizio Novecento: prendere il controllo dei moderni mezzi di produzione. I datacenter, gli algoritmi di intelligenza artificiale, le infrastrutture logistiche: questi sono i nuovi mezzi di produzione. Chi controlla queste leve detiene il monopolio del pensiero e del comportamento umano. Il neo-umanesimo del movimento SìAMO non è una proposta di mediazione, ma un atto di resistenza sovrana. Riprendersi il controllo del perimetro esistenziale digitale significa costruire nodi di comunicazione, centri di calcolo e sistemi decisionali che restino sotto la responsabilità della comunità umana.
La trincea del 2026 non si trova su una linea di confine segnata su una mappa cartacea, ma nei datacenter e nei protocolli che determinano il nostro futuro. La disciplina, la serietà e la postura di chi non si lascia sedurre dai trend, ma resta vigile, pronti a intervenire sulla macchina, rappresentano l’unica forza capace di restituire all’uomo la sua dignità. Il Leviatano può essere globale e multilingue, ma la sovranità, per essere reale, deve essere radicata, umana e determinata. Il tempo delle mediazioni è finito; è il tempo di riprendersi ciò che è nostro, armati della competenza tecnica di chi non accetta più di essere un ingranaggio, ma vuole tornare a essere l’architetto della propria storia.
Per questo, agli amici, di cui riconosciamo il valore come Moreno Pasquinelli, Guido Cappelli, Diego Fusaro, Angelo D’Orsi, e più ampiamente a tutti coloro che si impegnano per scardinare la monolitica realtà del Leviatano globale, lanciamo l’invito a cambiare strategia comunicativa. Perché le loro competenze e le loro qualità non devono in alcun caso restituire al potere nemmeno un milligrammo di energia che, senza una postura radicale, finisce inevitabilmente per alimentare il mostro.
