L’illusione del Messia in giacca e cravatta: la profilazione del dissenso e la trappola del leaderismo
«Solo il popolo potrà salvare il popolo.» — Silvio Frondizi
In un’epoca segnata dalla svalutazione della rappresentanza e dal disincanto verso le istituzioni, la risposta del potere ha cambiato natura. Non assistiamo più soltanto alla propaganda monolitica del Novecento, ma all’era della profilazione psicografica e della segmentazione ideologica.
La digitalizzazione e i Big Data permettono al sistema di mappare desideri, paure e risentimenti degli individui, costruendo per ciascun segmento sociale una narrazione e un “prodotto ideologico” su misura. Agli integrati si offre il conformismo progressista e tecno-ottimista; alla rabbia popolare e al dissenso potenziale si somministra invece la figura del “leader forte”, del salvatore da prima pagina o dell’outsider anti-sistema, veicolati e alimentati da influencer di ogni ordine e grado. Per chi non si accontenta e continua a ricercare, si predispongono riserve cognitive ad hoc, volte a sterilizzare ogni spinta critica attraverso vicoli ciechi. È in questa raffinata “Matrix” che si inserisce il fenomeno del trumpismo: una sofisticata operazione di canalizzazione e disinnesco della disobbedienza, studiata per riassorbire la spinta emancipatrice e rinchiuderla nei recinti del sistema che si dichiara di voler combattere.
1. L’inganno dell’outsider e la continuità del capitale
Presentare un magnate dell’immobiliare, cresciuto nei salotti dell’alta finanza newyorkese e storicamente legato ai circuiti del potere economico, come un “paladino del popolo contro le élite” è uno dei più grandi paradossi del dibattito politico contemporaneo. Il trumpismo non ha mai messo in discussione l’architettura reale del potere globale — il predominio della speculazione finanziaria, la centralità della Federal Reserve, la strapotenza delle grandi corporazioni o l’ipertrofia del complesso militare-industriale. Al contrario, la sua agenda economica ha promosso deregolamentazioni selvagge e tagli fiscali a beneficio diretto dei grandi patrimoni, confermando che il presunto scontro con l’establishment non è altro che una guerra di fazione interna alle élite economico-finanziarie.
2. La farsa della salute pubblica: tra retorica no-mandate e Operation Warp Speed
L’ambiguità del trumpismo emerge con drammatica chiarezza nella gestione delle politiche sanitarie. Da un lato, il leader si è esposto con dichiarazioni mediatiche contrarie all’obbligo vaccinale per intercettare il dissenso popolare e accreditarsi come difensore delle libertà individuali. Dall’altro, chiunque conosca l’architettura istituzionale statunitense sa perfettamente che il Presidente non ha alcun potere costituzionale per revocare o impedire gli obblighi sanitari stabiliti dai singoli Stati (Police Powers previsti dalla Costituzione).
Questa esposizione “a costo zero” ha nascosto la realtà strutturale dei fatti: è stata proprio l’amministrazione Trump a finanziare, promuovere e lanciare Operation Warp Speed, iniettando miliardi di dollari di fondi pubblici nei bilanci di Big Pharma per accelerare l’autorizzazione di emergenza dei preparati e tutelare i profitti delle multinazionali farmaceutiche. Un esempio lampante di falsa opposizione: proclami di facciata contro le restrizioni per compiacere la piazza, mentre sul piano sostanziale si blindavano i contratti e le garanzie economiche dei colossi industriali.
3. La spettacolarizzazione come sostituto dell’azione reale
Per costruire la leggenda del “leader sovversivo”, si è fatto un uso sapiente della spettacolarizzazione mediatica. Atti di facciata, proclami incendiari sui social network e decreti presidenziali (Executive Orders) di grande impatto simbolico sono stati venduti a un pubblico disincantato come prove di un’imminente “resa dei conti” con lo Stato profondo (Deep State). La realtà dei fatti racconta un’altra storia: provvedimenti sbrigativi, concepiti per catturare l’attenzione della stampa ma sistematicamente privi della portata strutturale necessaria per superare il vaglio delle corti federali o della burocrazia amministrativa. La rivoluzione promessa si è ridotta a una narrazione ad uso e consumo dell’opinione pubblica, in cui la provocazione verbale ha sostituito la trasformazione concreta delle dinamiche di dominio.
4. L’assurdo logico del QFS e il cortocircuito del mito elettorale
Per coprire le proprie incoerenze e giustificare i limiti dell’azione politica, la narrazione attorno al leaderismo tende spesso a sconfinare nella mitizzazione fanta-tecnologica. Ne è un esempio l’invenzione del QFS (Quantum Financial System), un ipotetico sistema finanziario basato su computer quantistici e blockchain che, secondo i sostenitori del leader, dovrebbe resettare l’economia mondiale favorendo i cittadini.
Tuttavia, proprio questa narrazione rivela un corto circuito logico insostenibile:
- Si pretende di far credere che il leader e il suo entourage dispongano di un’organizzazione quasi onnipotente, in grado di riprogettare la finanza globale, coordinare hardware d’avanguardia come i supercomputer quantistici e controllare flussi monetari internazionali.
- Contemporaneamente, la stessa narrazione sostiene che questa medesima struttura sia del tutto impotente e incapace di impedire, monitorare o sventare presunte alterazioni software nei sistemi di voto delle elezioni amministrative o di midterm.
Questa palese contraddizione dimostra la funzione narcotizzante di tali teorie: esse servono a preservare l’immagine dell’infallibilità del capo, giustificando la mancanza di risultati reali e inducendo la massa alla passività con la promessa di un “piano segreto” (trust the plan) o di un miracolo tecnologico imposto dall’alto.
5. La trappola del leaderismo e la paralisi del dissenso
L’aspetto più devastante del trumpismo e del populismo d’insegna sulla dissidenza è d’indole culturale e strategica: l’inoculazione del virus del leaderismo. Promuovendo l’idea che la salvezza dipenda dalle gesta di un “uomo forte” insediato ai vertici dello Stato, il sistema trasforma soggetti potenzialmente attivi e disobbedienti in semplici spettatori passivi o “clienti” di un segmento politico. Invece di stimolare l’organizzazione dal basso, la solidarietà e la creazione di structures autonome di resistenza, si induce la massa a delegare ogni speranza di riscatto a una figura istituzionale o a un punto di riferimento mediatico. Il risultato è la paralisi: la rabbia sociale viene sterilizzata e incanalata nel tifo elettorale o nella fruizione di contenuti d’intrattenimento.
6. L’anatomia del Potere: la cattura del dissenso e la riconquista dell’autonomia popolare
Per comprendere perché l’affidamento al leaderismo sia un vicolo cieco, occorre analizzare come opera concretamente il potere moderno. Il dominio contemporaneo non si regge solo sulla repressione o sulla censura; la sua forza risiede nella capacità di assorbire, codificare e mercificare l’opposizione.
Il potere opera attraverso quattro dispositivi fondamentali:
- Inoculazione e disinnesco: Quando sorge una spinta spontanea di dissenso, il sistema non cerca soltanto di soffocarla. La strategia più efficace consiste nell’immettere nel corpo sociale una versione “controllata” di quel dissenso. Creando o sponsorizzando figure carismatiche che utilizzano lo stesso linguaggio della piazza, il potere incanala l’energia sovversiva verso percorsi istituzionali o mediatici innocui. La rabbia viene così consumata in una recita scenica in cui il dissidente diventa tifoso di una fazione dello stesso sistema.
- La fabbrica della delega (l’illusione dell’azione esterna): Il potere ha bisogno che gli individui si percepiscano come impotenti senza un intermediario. Promuovendo l’idea che solo chi occupa le leve dello Stato, della finanza o delle grandi piattaforme possa cambiare le cose, si priva la comunità del proprio senso di efficacia politica. La delega al “leader salvatore” o al “reset tecnologico” instilla la convinzione che la resistenza quotidiana, l’autorganizzazione e la costruzione di alternative dal basso siano inutili.
- La profilazione e la polarizzazione artificiale: Attraverso l’architettura digitale e la segmentazione dei dati, il potere divide la popolazione in tribù ideologiche isolate. Ogni gruppo viene alimentato con narrazioni speculari che identificano il “nemico” non nel sistema di dominio economico-sociale, ma nella tribù avversaria. Questa polarizzazione permanente impedisce che le classi subalterne e i cittadini espropriati riconoscano i propri interessi comuni e si uniscano contro le vere strutture del capitale.
- La neutralizzazione della memoria critica: Trasformando la politica in intrattenimento quotidiano e ciclo continuo di notizie, il potere cancella la continuità storica. Le smentite, i cambi di rotta e i palesi compromessi dei leader vengono rapidamente dimenticati o giustificati come “tattiche segrete”, impedendo qualsiasi reale bilancio critico delle loro azioni.
Accettare la narrazione trumpista o le lusinghe dei nuovi salvatori della patria significa rimanere prigionieri di queste logiche. Una vera dissidenza non può limitarsi a cambiare il colore del padrone o a tifare per una fazione della piramide contro un’altra.
Come ricordava Silvio Frondizi, «solo il popolo potrà salvare il popolo»: finché la ricerca di un’alternativa rimarrà subordinata alla logica del capo, dell’influencer o del “reset” tecnologico calato dall’alto, ogni spinta all’emancipazione continuerà a essere riassorbita dal sistema. La vera rottura non passa da Washington, né da un’urna elettorale o da un algoritmo: passa dal disinnesco della profilazione, dalla ricostruzione di legami comunitari reali e dalla capacità di organizzarci e pensarci dal basso, senza messia e senza padroni.
