La gara a dire cose intelligenti, analisi della realtà, la propaganda e il caso Ceuta
La politica elettoralistica, che non è la politica della cosa pubblica, vive di marketing, segmentazione e target. Per questo persone che dicono di fare politica sentono l’esigenza di esprimersi sulla questione di Ceuta ma, per quanto premesso, queste non hanno bisogno di analisi o di unire i puntini. Semplicemente, in base al loro target o al segmento cui si rivolgono, esprimeranno la loro opinione: senza curarsi minimamente di ciò che questo può produrre.
Le parole hanno un peso. La narrazione mediatica e politica sulla situazione di Ceuta fa spesso uso di termini imprecisi o volutamente distorti per alimentare l’allarmismo. Analizzare i fatti richiede la correzione delle narrazioni di comodo che continuano a deformare la realtà dei fatti.
In primo luogo, non si è verificata alcuna “traversata” dei migranti per raggiungere Ceuta. Parlare di traversata evoca viaggi su lunghe distanze in mare aperto, mentre in questo caso si è trattato di un semplice aggiramento a nuoto o lungo la battigia delle barriere fisiche che separano il territorio marocchino da quello spagnolo. In secondo luogo, sostenere che gli immigrati si siano “riversati in Europa” significa ignorare la geografia: Ceuta è un’exclave spagnola situata nel continente africano.
La proposta di sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna per “proteggere i confini dell’Unione” è pretestuosa e ad uso e consumo della propaganda. Ceuta gode di uno statuto speciale e non rientra nel regime di libera circolazione dello spazio Schengen verso il continente; invocare misure punitive europee verso Madrid non ha alcun fondamento giuridico.
Il flusso verso Ceuta non è stato un evento spontaneo. Testimonianze e filmati dimostrano come a migliaia di persone sia stata diffusa la notizia ingannevole che chiunque fosse entrato nell’exclave avrebbe ottenuto automaticamente il permesso di soggiorno, con la polizia marocchina che scortava apertamente le persone verso i punti di accesso.
Infine, l’idea che da Ceuta sia facile raggiungere l’Europa continentale è illogica. Tentare l’imbarco clandestino da un perimetro costiero di appena 20 chilometri, militarizzato e sotto costante sorveglianza, è infinitamente più difficile che partire dai restanti 3.500 chilometri di costa del Nord Africa.
Regolarizzazione del lavoro e controllo sociale: l’altro volto di Madrid
A completare questo quadro complesso s’inserisce la scelta pragmatica della Spagna di varare una misura straordinaria per la regolarizzazione di circa 500.000 lavoratori stranieri presenti sul territorio. Dietro i toni dell’accoglienza si cela una duplice esigenza funzionale al sistema. Da un lato, la concessione di un permesso di soggiorno di un solo anno risponde alle pressioni dei settori produttivi nazionali — dall’agricoltura ai servizi — garantendo la disponibilità immediata di forza lavoro a basso costo per sostenere la crescita economica. Dall’altro lato, la misura permette allo Stato di tracciare, identificare e monitorare una vasta popolazione sommersa, trasformando un’invisibilità incontrollabile in una presenza costantemente vigilata e ricattabile allo scadere del titolo temporaneo.
È evidente che una simile operazione non sia ben vista da chi punta a orizzontalizzare lo scontro sociale, mantenendo la popolazione in un perenne stato di tensione psicologica ed emergenziale legato alla presenza di persone non identificate sul territorio.
È eticamente e moralmente accettabile l’arruolamento di un esercito industriale di riserva costretto a lavorare a condizioni da neo-schiavismo? Certamente no.
È indispensabile mettere radicalmente in discussione le logiche del mercato globalizzato, che impone ai produttori locali e alle piccole imprese un abbattimento costante dei prezzi dei beni per competere al ribasso? Certamente sì.
Nel frattempo, tuttavia, si impone un fermo esercizio di equilibrio: garantire a ogni lavoratore un nucleo di diritti minimi indisponibili e assicurare, al contempo, che la cittadinanza non si trovi a subire la deriva di una libera circolazione sregolata che affianca alle merci il transito indifferenziato di masse senza controllo né garanzie.
Con questo si chiarisce che i nostri governanti e i loro alleati al servizio dei poteri sovranazionali usano l’attacco alla strategia della Spagna per un motivo preciso: essa mette in imbarazzo la loro totale inerzia nel risolvere il problema dell’immigrazione incontrollata nel nostro paese e la conseguente circolazione di individui non rintracciabili e non gestibili.
Le ritorsioni geopolitiche e il cui prodest
Dietro la destabilizzazione del confine di Ceuta e le pressioni politiche su Madrid si intravede dunque una chiara ritorsione geopolitica. La Spagna viene punita per aver riaffermato la propria sovranità e autonomia strategica: una punizione per essersi opposta alle operazioni militari a Gaza e all’escalation contro l’Iran, e per aver stretto strategici accordi energetici con l’Algeria, storico rivale di Rabat.
In questa dinamica emerge chiaramente il principio del cui prodest: a chi giova tutto questo? Giova al Marocco, che utilizza la pressione migratoria come arma di ricatto diplomatico, e giova all’asse israelo-statunitense, con cui Rabat ha saldato un’alleanza di ferro attraverso la firma degli Accordi di Abramo. La crisi di Ceuta non è una questione di emergenza migratoria, ma il prezzo che Madrid sta pagando per non essersi allineata alle direttive del blocco dominante.
Il silenzio dell’informazione e la scelta di campo
Di fronte a un quadro fattuale così evidente e facilmente verificabile, la domanda sorge spontanea: come possono i giornalisti del servizio pubblico ignorare la realtà di Ceuta e appiattirsi su una narrazione distorta?
La risposta risiede nelle dinamiche di condizionamento che attraversano il sistema informativo contemporaneo. In primo luogo, opera un conformismo strutturale: l’informazione mainstream tende a recepire e rilanciare le veline ufficiali e i frame comunicativi imposti dai blocchi di potere sovranazionali, evitando di sollevare questioni geopolitiche sgradite agli alleati strategici.
In secondo luogo, prevale la logica della semplificazione emotiva a scapito dell’analisi complessa. Raccontare la crisi di Ceuta come una generica “emergenza migratoria” o un “assalto ai confini europei” garantisce un impatto immediato e si presta alla propaganda di scontro politico interno, mentre spiegare i condizionamenti geopolitici, gli Accordi di Abramo e le ritorsioni per le scelte energetiche e di politica estera di Madrid richiederebbe di mettere in discussione gli equilibri internazionali.
Si tratta di un’omissione sistematica che trasforma il servizio pubblico da strumento di analisi critica delle dinamiche globali a cassa di risonanza di narrazioni preordinate.
Se questo è il mondo che volete, trasformandovi in partigiani dei cattivi maestri, quando avrete dato sufficiente forza a quegli stessi poteri che dite di voler contrastare, allora fate bene a seguire e accettare le loro parole senza porvi domande.
Se diversamente volete essere partigiani di un’Italia finalmente libera, in comunione con tutti i popoli, neutrale e finalmente libera di determinare il proprio futuro, allora date spazio al pensiero ed al coraggio di essere.
Non estis subditi quia reges sunt. Sed reges sunt quia vos estis subditi
