TAV: quando il potere si fa Anti-Stato
I fatti di queste ore attorno alla questione TAV ripropongono, con immutata violenza e ipocrisia, il solito schema: da una parte l’apparato decisionale che cala le proprie opere sul territorio, dall’altra una comunità che difende la propria terra e il proprio diritto ad esistere.
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La logica del pacco e il rischio delle mappe false
LA GABBIA DEGLI INTELLETTUALI. AGORÀ: UN NUOVO INGANNO?
Quando la rivoluzione dei garantiti rischia di trasformare la conoscenza in dottrina di Stato
Ci hanno insegnato a credere che il danno al Paese sia rappresentato da qualche vetrina infranta o dal fumo di un lacrimogeno in piazza, mentre l’opinione pubblica, sapientemente orientata da un’informazione asservita alle élite, continua a essere plagiata dall’idea che per salvare le istituzioni servano unicamente cravatte eccezionali, titoli d’eccellenza e pedigree accademici formattati nei santuari del potere finanziario. È un’illusione ottica pervasiva: il vero sfascio sistemico nasce nei salotti ovattati, firmato con penne stilografiche da dirigenti e tecnici formati per far funzionare i mercati, non per servire i cittadini.
PANDEMIA E RESPONSABILITÀ: IL CAMBIO DI ROTTA DI AGORÀ E LA VITTORIA DELLA NOSTRA COERENZA
La gestione dell’emergenza pandemica ha rappresentato una frattura sociale profonda, alimentata da costrizioni istituzionali, mobbing verso chi dissentiva e la sistematica subordinazione della sanità pubblica agli interessi delle multinazionali.
Questa stagione di rottura non è stata un incidente isolato, ma una tappa paradigmatica di un metodo di governo basato sul ricatto, sulla paura costruita ad arte e sull’espropriazione della sovranità popolare a favore di élite globaliste.
Oggi, il movimento SìAMO accoglie con estremo interesse l’analisi pubblicata da Agorà, che riconosce finalmente l’opacità e la gravità di quel periodo.
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Il tempo della sovranità: la volontà di potenza contro il ricatto del meno peggio
Il “meno peggismo” è l’anestetico somministrato a un corpo sociale che si vuole incapace di scegliere il proprio destino. È la logica del ribasso che consuma l’anima della nostra nazione, riducendo la politica a un calcolo di sopravvivenza in un presente che brucia.
Chi accetta il meno peggio accetta la propria obsolescenza, rinunciando alla propria sovranità.
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Il Leviatano Algoritmico: Riprendersi il Futuro e smascherare l’inganno
Il dibattito politico che occupa lo spazio pubblico contemporaneo non è un confronto di idee, ma una recita orchestrata per anestetizzare ogni velleità di cambiamento. Mentre il mondo corre verso una trasformazione radicale della struttura stessa della nostra esistenza, ci viene somministrata la menzogna della “fine delle ideologie”.
Ci dicono che destra e sinistra non esistono più, che il Novecento è morto e che le vecchie lenti di lettura sono obsolete. Questa narrazione non è un’osservazione neutra; è un’arma chirurgica utilizzata dai poteri conservatori per rendere la realtà illeggibile ai più, garantendo così la conservazione del proprio spazio vitale e della propria zona di comfort.
La distinzione tradita: Posture contro Geografia. Per capire l’inganno, dobbiamo liberarci di un equivoco fondamentale: confondere le categorie del pensiero con le collocazioni parlamentari. Il progressismo e il conservatorismo sono posture, architetture profonde del pensiero umano che definiscono il nostro rapporto con il potere e con il futuro.
Maggiori informazioniIl prof rosso che vale quanto il due di picche… E i giornalisti che valgono meno!
“Nei talk show è invitato perché difensore delle ragioni della Russia, nel conflitto con l’Ucraina ma non solo, e perché fiero oppositore del governo di Giorgia Meloni.” Con queste parole, Antonello Piroso liquida con superficialità cinica la presenza mediatica di chi tenta, nel caos del dibattito odierno, di sollevare questioni che vanno oltre il rumore di fondo del regime.
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IL MANTELLO DI ERCOLE E LA DERIVA DEI BARCHINI: LA STORIA NON SI SCRIVE CON LE OPINIONI
La politica, diceva Gramsci, è l’arte di guardare lontano. Oggi, invece, osserviamo un ceto intellettuale che, nel tentativo di darsi una veste di dissidenza, galleggia come un barchino alla deriva, incapace di leggere la tempesta in cui siamo immersi.
La nascita di “Agorà” è un segnale che accogliamo con interesse analitico, ma la nostra partecipazione non può essere data per scontata.
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